Andende a Bardanare. Sa notte, amigos mios, est iscura Che-i su trumentu; passat furiosu Su entu e sighit s'aba a istrasura. Su procalzu est betzu e sonnigosu E in cust'ora dromidu est che procu E no intendet nè dannu nè gosu, Non solu de intendere unu tzocu, Pro chi sas arulas sìene serente A su cuile 'e Bau 'e su Trocu. Leade sos fusiles lestramente "E andemus a fagher sa bardana" Gai nèidi in tonu prepotente, Mimia Monni cun boghe 'e campana In su cuile 'e s'àbile a sos pagos Amigos chi su notte acuilana Che a matzone subra sos serragos. Bobore Crispu, unu giovanu De vint'unu annos chi leiat sos tragos E los frundiat che fustes lontanu, E in sos atacos lestru e atrividu; Bi fit Frantziscu Mannu e Bustianu, Pili Martinu e Bobore Bandinu, Tres omines chi in totu vid'insoro Mai biu, ne mortu ana timidu In totu Nuoresu e Logudoro. "Avanti oh coraggiosa cumpagnia!" Narein a una oghe a unu coro Totus chimbe che una marrania. E s'avviein lestros, ben armados In mesu a su entu forte, a s'istratzia, Che una truma d'iscomunigados. (Antioco Casula - Montanaru)

Commento: Mancai Antiogu Casula (Montanaru) fèssidi sardu e àpada pintau is bardaneris a cumenti delinquentis (in custa poesia si còntat, scedau, de unu poburu procraxu becciu e sonnigosu vittima de una bardana) segundu a cantu narant is meris cuntinentalis, ca ndi chistionant de issus a cumenti genti prepotenti e chentza perunu scrupulu, custu est sceti una cara "negativa" de is bardaneris, cunsideraus de totus cumenti delinquentis e bandidus. Tocat de donai luxi noa po torrai beridadi a-i custa antighissima froma de resistentzia pupulari contras de s'invasori chi beniat de su mari (is invasoris de turnu): furat s'arricu e su poburu si ndi ddu torrat a pinnigai!. Difatis a fai una bardana ollia nai ca non fiat a fai una rapina o arratzia, ma un'atzioni repenti (fentomada fut sa bardana de Orosei cun prus de centu cavalieris, chi nd'iant pinnigau is benis de unu meri mannu de sienda) po fai biri ca is bardaneris (balentis) fiant contra a is dominadoris, nous e beccius, e contras a is arricus de is biddas e citadis sardas. Certu est, perou, ca tocat a cundennai cussu chi si nd'est aprofitau po s'arricai a is palas allenas, tirendindi onori a-i custa froma, torreus a nai de resistentzia populari sarda. Bardanas in donnia logu...contra onnia froma de prepotentzia strangia e locali!. Po-i custu si nau "atzia sa conca Populu Sardu e ghetanci a mari su prepotenti strangiu impari a sa tzerachia nosta". Su Bardaneri

SA GENTI ARRUBIA

               SA GENTI ARRUBIA
vita e miracoli del popolo sardo

sabato, febbraio 28, 2004

A Buoncammino armonia tra corpo e mente.

Un ampio corridoio freddo e in penombra.

Rumori metallici amplificati da un eco senza tempo, e un aria stagnante. nemmeno un raggio di sole, un angolo di luce, un odore di aria.

Ista muda! (stai zitta)

Nell'ufficio matricola una guardia scrive su una tastiera.

Mi tolgono i ferri e procedono alla registrazione dei miei dati.

Ora le impronte digitali. La consegna del fascicolo personale, dalle mani del maresciallo della scorta a quelle delle guardie.

E quel fascicolo sarei io, secondo loro. la mia vita in quei fogli pieni di timbri.

Mi hanno trasferita all'improvviso. Non mi hanno permesso di preparare la borsa.

Sono riuscita a portare via la mia posta e due libri.

Sono ancora in pigiama, con il giubbotto addosso e le scarpe da ginnastica.

Unica soddisfazione. I carabinieri hanno vomitato per tutta la traversata.

Io no, conosco il mare. Da quando sono nata percorro quel tratto, e non so cosa sia la nausea da mare mosso.

Non pensavo davvero di tornarci in questo modo.

Aprono il fascicolo e guardano la provenienza.

(continentale)

Cominciano ad offendermi in sardo.

Gli rispondo.

Muti voi, penso

Petza Bendìa, dico

Cumprendede.(pensano a voce alta)

Seo Sarda!

Mi aspettavo una scarica di botte. In certi posti è così che esprimono il benvenuto.

Non importa se sei una donna. Anzi, forse nella loro perversione ci provano più gusto.

Avevo cominciato ad irrigidirmi scendendo dal furgone blindato.

Respiro profondo.

Coscenza di ogni muscolo.

Il "chi"

Mestre Boca, istruttore di wu-shu e amico brasiliano, mi aveva insegnato bene come fare ad incassare...

Mi aveva aiutata a costruire l'armonia tra corpo e mente. uscendo dall'insegnamento della non/cultura occidentale, che vuole separato in due, quello che non può esserlo. Il corpo e la mente.

Una leggerezza fisica e una grande elasticità. Di questo ero fatta.Non legno, non ferro, forse acqua...anzi vapore.

Grande Mestre Boca

Grande anche io.

Avevo di fronte i suoi occhi neri, la sua pelle quasi blu, il suo corpo leggero come l'aria, compatto, forte.

Grandissimo Mestre Boca.

Era vicino a me per aiutarmi, come un pae do santo, un cabloco.Uno spirito staccatosi un momento dal suo corpo, per stare accanto a me, forse farmi diventare invisibile e uscire da quei cancelli pesanti, e da quell'eco metallica e di muffa.

Mi portarono nella sezione femminile di Buoncammino (per chi non lo sapesse è il carcere di Cagliari) nel camerone.

Le altre donne mi indicarono il letto e l'armadietto, mi fecero un caffè.

Avevo passato la zona d'ombra.

postato da: amara | 23:19 | commenti (10)

martedì, febbraio 24, 2004

21-02-2004: Il Popolo Sardo in marcia.

Le sorprese non finiscono mai, cominciamo dalla prima. Giorni fa rimettevo a posto l'enorme mole di documenti, giornali, libri, riviste, foglietti con indirizzi, appunti, cazzate varie. Tutto ammucchiato nel vecchio scafale paretale di casa, nel sottoscala, "in su paristazu 'e domo". Erano ormai mesi che mia madre continuava a dirmi, "quand'è che butti via tutta quella roba", "imbòlache totu a s'arga!", "fulianci totu a s'aliga!". Non aveva tutti i torti. Questa mania dura a morire di custodire, "istuggiare", qualsiasi cosa abbia un'oncia di utilità, almeno futura. Quindi era arrivato il giorno di fare piazza pulita. Mentre infilavo tutto questo nei bustoni neri, "is sachitas de s'aliga", compare questo volantino-ciclostilato contro la base in stanza a La Maddalena. That incredible! ripongo la reliquia sopra il tavolo ed inizio a leggere. Si tratta di un Comitato contro le basi, credo del 1980. Il volantino era in parte strappato. Invitava tutti a partecipare alla manifestazione che si sarebbe dovuta svolgere a Cagliari. Inizio a leggere "L'isola di La Maddalena ... conosce l'occupazione militare sin dal 1837, considerata da sempre di estrema importanza strategica. (...) Si ebbe per la prima volta notizia della decisione di installare una base USA già nel 1963. La base fu inaugurata nell'estate del 1972. (...) La presenza della base fu imposta senza che se ne chiedesse l'autorizzazione neppure all'amministrazione regionale" ...e continua ... "Una base di questo tipo provoca inevitabilmente contaminazione nucleare; tant'è che sin dal 1972 il CNEN ha incluso il sito di La Maddalena nella Rete Nazionale di Rilevamento della Radioattività Ambientale". Pensa un po, tutto questo nel 1980, pericolosa già da allora! Ci penso ancora. No. Non credo di essere andato alla manifestazione, almeno non me lo ricordo, ne ho fatto tante, ricordarmelo sarebbe chiedermi troppo. Ci penso bene. Stavolta ci vado, non mi frega. "Custa borta ddui andu no mi cullunat". Arriva il giorno. Il fatidico 21.2.2004, "su bintiunu de freaxu".

Ho questa abitudine di arrivare in orario agli appuntamenti, arrivarci tardi mi fa salire la pressione. Sono fatto così.

Ore 15.00, Piazza Matteotti, sono accanto alla pensilina del CTM, incontro un paio di amici. Ce già parecchia gente. Tantissimi giovani. Più passano i minuti, più aumenta la folla multicolore. Molte bandiere. Rosse, 4mori, indipendentiste, fondarole, di movimento, associazioni. La sensazione è quella giusta.

Questa è la seconda sorpresa: verrà tanta gente. La temperatura intorno ai 20 gradi. Il cielo uguale alla mattina, ammantato uniforme, color sabbia. Ogni tanto un po di pioggia sporca. E' dalla notte che ricopre la città di color marroncino. Ma nessuno pare darci troppo peso. Dopo più di un'ora il corteo inizia a sistemarsi in lungo, con gli striscioni srotolati e tesi da tante mani. C'è persino chi si fa autopromozione nella vendita di magliette della propria associazione. Inizia a muoversi la folla. Iniziano gli slogan. "Donziunu mere in domo sua", "A fora, a Fora, sa zente isfruttadora". Ci piace! Mi sembra di ritornare agli anni verdi quando le manifestazioni erano abbastanza nutrite. Prima del "grande freddo" apatico del disinteresse generale. In una folata di vento la bandiera 4mori avvolge una ragazza, che la stringe saldamente, mi ricorda quella foto famosa della guardia cinese avvolta dalla bandiera rossa, immobile e composta. Mi sembra un buon inizio. Il corteo multicolore serpeggia lunghissimo per tutta la Via Roma, pecorre il primo pezzo di Via sonnino, gira in Via Logudoro, per proseguire in Via Dante e quindi arrivare in Piazza Garibaldi. La gente non finisce mai. "Una surra de jenti". Si avvicendano al microfono diversi compagni e compagne. La paura di un acquazzone ha dissuaso dal montare il service per la musica. Peccato, sarebbe stata la ciliegina nella torta. Sarà per la prossima volta. Ce n'est pas que un debout. Non è che l'inizio. Il messaggio è chiaro, il Popolo Sardo non vuole queste schifezze. A dirlo non sono più residuati sessantottini o settantasettini, ma una moltitudine giovane, seppure eterogenea, con un comun denominatore: riprendiamoci il nostro futuro, riappropriamoci del nostro passato, "A fora is basis militaris". "Bivat Su Populu Sardu soberanu!"

postato da: Bardaneri | 10:02 | commenti (51)

lunedì, febbraio 23, 2004

VITA QUOTIDIANA_3

Domattina torno in campagna, lassù, in mezzo ai monti. Ne ho abbastanza, "no nde potzo prus", mi resta ancora la dignità. Legato, quà sopra, nella ciminiera, a trenta metri di altezza, già da due giorni e due notti, "incadenau". Con altri cinque operai. Gli ultimi di questa fabbrica, ormai spettrale. Avevano già deciso da parecchio tempo il nostro licenziamento. Le multinazionali. Non sai più chi è il tuo padrone, o datore di lavoro come lo chiamano adesso, "no ischis chie est su mere". Dopo vent'anni mi ritrovo al punto di partenza. In questa stessa piana all'età di 15 anni badavo al gregge, "pastoreddu", per conto di un ricco possidente, servo pastore, "tzeracu". La paga? "una pariga de cosinzos", un paio di scarponi; 10 forme di formaggio, "deghe pischeddas de casu", un quintale di grano, " tres mojos de tridicu", 20 pecore, "binti pecos de erbeghe". Il vitto e l'alloggio? già ... mangiare e dormire, o riposarsi. Provvedeva ogni domenica mattina Tziu Bainzu, fiduciario del padrone, "de su mere", sette pani, " sette pizos de pane carasau", formaggio, legumi, lardo; delle volte un dolce. Per il riposo, o riparo, mi avevano dato un sacco incerato, "su saccu 'e monte", da mettere in testa al centro del telo e trattenuto ai lati all'altezza delle spalle. Se  poi la pioggia era battente, mi riparavo dentro una siepe di lentischio, "intro una tuppa 'e chessa". Tutti i giorni da solo, solo come una bestia, "solu che fera". A pascolare le pecore in compagnia di un cane vecchio e malato. Sempre attento a che le pecore non sconfinassero, per non incorrere nella denuncia per pascolo abusivo, "allacanande". Per due anni questa vita. Rientravo in paese solo la mattina delle feste più importanti, a piedi per chilometri. Mi dava il cambio mio fratello, che aveva un anno in meno di me. Per due anni questa vita. Poi, dopo il militare, sono emigrato "in continente". Con la speranza di tornare, presto. L'anno dopo sono tornato in ferie, d'estate. Alla festa di "Santu Cosomo"  ho conosciuto Maria Anzelica, lavorava come domestica a Nuoro, "accordà". Ci siamo fidanzati, "isposos in craru". L'estate successiva ci siamo sposati e siamo partiti insieme. Facevamo i turni in fabbrica, io in una industria chimica, lei in un una fabbrica tessile. Quando tornavo a casa, dopo il lavoro, lei era già uscita per lavorare. Solo raramente i nostri turni coincidevano. "No nos atopabamus belle mai". Tutt'e due al nord in una fredda e nebbiosa città. Nella nostra testa il ricordo del sole, dell'aria limpida, del mare. Per anni questa vita. Finalmente tornammo, col miraggio della stabilità in casa nostra, chiamato  da una ditta esterna ad una  fabbrica chimica, nella piana del Tirso, vicino al nostro paese, con nostro figlio già grande e diplomato. Avevano bisogno di operai specializzati, dicevano, io avevo tutti i requisiti. Non mi avevano parlato della crisi e dell'imminente chiusura, se non avessero ottenuto altri denari dalla Regione.
Domani torno in campagna. "Cras torro a su sartu". C'è mio cugino che mi aspetta. Ha bisogno di una mano. Lui è tornato, dall'estero, da qualche anno. "Si ch'est torrau dae indedda". Poveretto, non fa che parlare di un suo amico schiacciato dalla pressa; pensate, non si ricorda più il nome dell'amico. "No ischit pius comente si mutidi".
Domani comincia una nuova vita, fra i monti, fino alla pensione. Il mare di fronte e la brezza leggera. La stessa che soffiava in faccia ai nostri avi. "Su matessi bentu".
"Cras torro a su sartu".




postato da: Bardaneri | 09:13 | commenti (8)

sabato, febbraio 21, 2004

Filu 'e ferru con etica professionale

Custu si pode narrere ca l'ischini tottusu, ma si l'ammentana? (e se sbaglio, correggetemi)

Ero andata da mia nonna per una commissione.

Lei era fuori dalla porta che rimetteva dentro la sedia, dopo essere stata a prendere il fresco con le altre donne de "su ighinau" (del vicinato). Appena dentro mi chiede di accompagnarla nell'orto perchè aveva paura. In realtà avevo più paura io di lei. Avevo paura dell'asino. Lei aveva trovato la scusa per chiaccherare un attimo con me.

Salite le scale di lavagna, si arrivava di fronte ad una porticina di legno, oltre la quale un cortile, con una grossa vite di uva bianca che si contorceva di fronte ai nostri occhi. Sulla destra, sotto la tettoia che portava al gabinetto, l'asino sbatteva gli zoccoli sul selciato, e tutt'intorno, le rocce coperte di rampicanti spontanei e di rose rosa, si alzavano fino a "sa rocca lada".

E quel profumo...che si sente solo in sardegna...di mare...di erbe, forse di eucalipti...

Passando dalla grotta, si arrivava all'orto. In un angolo, dopo essersi abbassata, mia nonna tirò fuori un pezzo di fil di ferro dalla terra, seguito da una bottiglia di vetro attaccata per il collo. Era acquavite. Puro distillato di vinaccia, dal profumo di uva,e dal gradevole sapore che dava alla testa. Basta che rimanga al naso quell'aroma alcoolico, che perde di tutta la sua gradevolezza. L'alcool non si deve sentire, il profumo dell'uva si. E ne basta un goccetto per cominciare a cantare.E come deve andare giù se non come l'acqua?

Dovete sapere che il monopolio sugli alcoolici impedisce di distillare più di un certo numero di litri a uso domestico, farne anche un litro in più, presuppone avere dei problemi con la Finanza. Da qui la necessità di nascondere il prodotto.

Quell'anno mio nonno aveva fatto tanto vino, nella vigna affacciata sul mare. Buona annata di giusta acqua e giusto sole, e tutta quella vinaccia avrebbe dato ottimo "filu 'e ferru". Stavamo commettendo un gravissimo reato contro le finanze dello stato.

Io e mia nonna, associate a delinquere in un comune disegno criminoso al fine di evadere una tassa? Non saprei.

Mio nonno avrebbe dovuto buttare tutto ai maiali? No no no, meglio fare su filu 'e ferru.

E' qui che sta l'etica professionale. Ogni azione naturale, può essere un reato, secondo le esigenze che lo stato ha in quel momento.

Ma la vera etica, è di non nuocere all'economia della comunità in cui si vive, sia che si tratti della famiglia, di un gruppo di amici, di un paese, dove, chi nuoce è chi impedisce di distillare su filu 'e ferru in quantità ragionevoli affinchè non vada sprecata la vinaccia rimasta dalla lavorazione del vino.

Chi nuoce è chi impedisce di tagliare un po' d'erba per la vacca che ha appena partorito, perchè quello è un parco naturale.

Ma non mi sembra di avere mai sentito dire, che al pascolo, le bestie distruggono la natura. Anzi, se non si tratta di allevamenti intensivi, al pascolo si mantiene un equilibrio, per non parlare della concimazione che avviene naturalmente quando pascolano le bestie.

Quindi, l'etica professionale, per il benessere delle bestie e dei pastori, ci dice che è bene andare a tagliare l'erba, e fare andare il bestiame nei campi. Un parco non deve essere un salotto, ma la salvaguardia di uno spazio che permette ad un ciclo naturale ed economico, di continuare a garantire lavoro e dignità.

Infilai la bottiglia nella borsa a sacco, e di corsa da tiu peppinu. In quei giorni, sarebbero arrivati i suoi due figli dal Belgio, e in casa c'era un gran fermento.

Per gli amici: E' tutto vero. Per la finanza: ogni riferimento è puramente casuale.

postato da: sagentiarrubia | 03:36 | commenti (4)

venerdì, febbraio 20, 2004

Notte longa

Notte longa;
una lughe rubia, càrriga 'e colore,
a mesu tretu
in chelu.

Pro milli annos dimonios e aremigos
baddàban currellàndesi
a trimizone.

Unu populu
de milione e mesu 'e animas
disunìu e dividìu.

Amus intesu su cantidu 'e su puddu.
Insuta 'e chelu es' torra craru.
Como s'intenden musicas de ballu tundu
in cada logu.

Bintzas dae Bruncu Ispina.
Mai, cumente oje,
sos poetas
sunis istetios gai cuntentos
.

(liberamente tratta da una poesia di Mao Tse Tung, del 1950,
senza titolo)


(Lunga Notte;/ una luce rossa, carica di colore,/
a metà strada/ in cielo./ Per mille anni demoni e diavoli/
ballavano rincorrendosi/in vortice./Un popolo/
di un milione e mezzo di anime/ disunito e diviso./
Abbiamo sentito cantare il gallo./
Sotto il cielo è di nuovo chiaro./
Ora si odono musiche per balli tondi/
in ogni luogo./ Anche da Bruncu Spina./ Mai, come oggi,/
i poeti/ sono stati così contenti.


Che sia iniziata una nuova alba?
... molti ancora, però, devono prenderne coscienza!

 







































postato da: Bardaneri | 13:56 | commenti (10)

mercoledì, febbraio 18, 2004

"DEL SOGNARE AD OCCHI APERTI E DEL FANTASTICARE.
Prova di mancanza di carattere e di passività. Si immagina che un fatto sia avvenuto e che il meccanismo della necessità sia stato capovolto. La propria iniziativa è divenuta libera. Tutto è facile. Si può ciò che si vuole, e si vuole tutta una serie di cose di cui presentemente si è privi. E', in fondo, il presente capovolto che si proietta nel futuro. Tutto ciò che è represso si scatena. Occorre invece violentemente attirare l'attenzione nel presente così com'è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà."
Antoni Gramsci nos at lassau unu patrimoniu politigu e culturale chi galu oje, podimos narrer, in manera segura, ca est de massima atualidade. Su chi apo iscritu pagu prima s'agatat in "Passato e Presente", una collidura  de iscritos chi nos orientat adaintros chistiones de caratere morale e curturale, faghindenos a cumprendere ca, mancari siet bellu a nos istramancare in su mundu de sa fantasia e-i de sos bisos (pagu male, no est unu pecadu mannu), no nos depimos perdere su chi nos sutzèdit in su presente. Antoni, duncas, nos nàrat ca cumprendere s'esatta situassione reale de sas cosas nos serbit, prima de totu,  pro diventare pessimistas e, in su matessi tempus, nos nàrat chi sa fidutzia in sa capatzidade ratzionale de s'omine, chi podet intervenire pro mudare sa realtade in favore suo, nos depet fagher diventare otimistas. Gai podimos comprendere su sensu de-i sas paragulas "pessimismu de s'intelligentzia, e s'ottimismu de-i sa voluntade". Custa es' s'atualidade de su pensamentu de Antoni.
Serro custu post cun custa frase chi si podet incadenare a sas àteras
"Il solo entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l'operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente."
Tandos, si podet incomintzare!







postato da: Bardaneri | 09:27 | commenti (15)

lunedì, febbraio 16, 2004

Sa genti arrubia (il popolo rosso). Così la gente Sarda chiama i fenicotteri rosa che nidificano negli stagni di Cagliari. E fuori rotta, negli stagni di S.Giusta, se ne vede qualcuno. Io li ho visti lì, per me era la prima volta.

Il popolo rosso, il popolo migrante, il popolo magico, il popolo Sardo,

su poppulu sardu.

Prima dei patti Lateranensi, avvenuti durante il regime fascista, la religione era un interpretazione molto soggettiva dei fenomeni naturali, e poi sociali, che si avvicendavano nella vita quotidiana. La religione era magia e la magia era medicina. La fusione in un unico elemento, permetteva di essere guaritori e animisti allo stesso tempo. Sacerdotesse e maghe.

Lo stesso la medicina, prima dell'avvento delle multinazionali farmaceutiche, erano storia e cultura del popolo.

Lo stesso farmacista, figura di un certo spessore sociale, mandava il malato.. (di tristezza, di nostalgia, di paura, e altro ancora), da tia Filumena, matriarca e guaritrice di tutti i mali.

La conoscenza delle erbe, e l'applicazione di metodi "non scientifici", era il miglior modo per procurarsi benessere. Oggi siamo abituati ad assopire con la chimica certi malesseri. Allora, in particolare le donne, ma anche chi svolgeva il suo lavoro a contatto continuo con la natura, con gli animali o nei campi, potevano definirsi guaritori.

Sono tante le cose che col tempo si perdono per la strada. Il risultato è quello di mettersi completamente nelle mani di qualcuno, che alla fine decide della nostra salute, senza renderci partecipi, anche se oggettivamente, lo siamo.

Da Filumena, si andava per chiedere consiglio su un problema de ighinau (con i vicini) o se si era morsi da un cane.

La cura contro il morso del cane, più esattamente, contro la paura dei cani, era il suo pezzo forte.

Ecco la ricetta.

Si strappano un po' di peli dal cane...e si bruciano in un piattino.

Se non è un morso a sangue, si strofina la cenere sulla parte, recitando una frasetta che non ci è dato di conoscere. Facciamo che sia "sana sana, melda e attu rana, melda e attu areste, su chi fudi este"

Con la restante cenere, si fa una miscela, insieme alla polvere da sparo, il piattino viene posato in testa al paziente.

Bisogna accenderla con la fiamma di una candela. ed il gioco è fatto. La paura è passata.

postato da: amara | 15:51 | commenti (14)

Nunca

Sòlo el que mata es la categoria
Que dejo fuera de mi sentimiento.
No llevamos la Patria a la agonia

Condenada a la sangre y al lamento.

Y contra eso està mi poesìa
Que va por todas partes, como el viento

(Pablo Neruda)


Mai

Solu chie bochit est sa zenìa
Chi lasso foras de su sentidu meu.
No portemus sa Patria  a s'agonìa

Cundennada a su sambene e a s'atìtidu.

E contras de-i custu istat sa poesia mea
Chi andat in cada logu, comente su bentu.

 








postato da: Bardaneri | 11:37 | commenti (6)

domenica, febbraio 15, 2004

Ormai è tutto deciso. Dobbiamo tagliare la quercia. Certo, una quercia secolare!
Ma l'altro giorno nel temporale, non sembra vero, "no parit beru", un fulmine l'ha colpita proprio al centro, "dd'est calau lampu". Quasi non riuscivamo a domare l'incendio che era divampato. Ora è quì, colpita a morte, nera, fuligginosa, senza gli uccelli e  gli insetti che vi abitavano. Che tristezza! Vecchia quercia, enorme, con tanti rami; non più rami, non più nidi, non più fresco, non più riparo. Ristoro del tempo estivo. Mi ricordo che ci riparavamo sotto, con mio padre, durante la calura estiva, "in su meriadroxu", fra una fatica e l'altra. Quante mangiate e quanti sonnellini adagiati su un fianco. Immersi nella pace.
Certo occorreranno diverse persone per tagliarla e farla a pezzi. Il mio cuore piange e sanguina. Sotto di lei quante tosature! "su tundidroxu". E dopo tosato le pecore i pranzi, a base di pecora in cappotto, e tante altre pietanze, poi i dolci, le risate. Le storie, "is contus".
La tosatura, un lavoro faticoso da farsi ai primi caldi per liberare le pecore dal manto caldo. Fra la fine di maggio, "a cabudu 'e maju", e gli inizi di giugno, "in lampadas". Un lavoro nobile, per una tradizione che, oramai, scompare. Il pastore veniva chiamato dagli altri pastori del paese per dare una mano che, a loro volta, ricambiavano, il favore, in allegria. Oggi è tutto più semplice, più immediato.  Quelgli attrezzi li chiamano macchinette elettriche. Un tosatore svolge il lavoro di dieci e più uomini con la metà del tempo.
Fino a ieri l'altro no. Ognuno aveva le sue forbici, "is ferrus de tundiri", che custodiva gelosamente. Oggi è invece, come si suole dire, moderno, più veloce, meno dispendioso. Ma scompare il pranzo. "Su pràngiu de sa tundidura". Oggi, tosate le pecore, si paga l'opera del professionista.  Un'altra festa che scompare, così pure quella allegria.
RRRRRRrrrrrrrOOOOOOOoooAAAAAAAArrrr.
... il rombo del trattore, stanno arrivando il boscaiolo e i figli con la motosega e gli attrezzi. Mio padre arriva poco dopo, a piedi.
Gli ricordo delle tosature, e gli ricordo di .... ma lui mi interrompe. Mi dice "lo so, so cosa provi".
Inizia il taglio.
Povera quercia. La mia vecchia quercia.










postato da: Bardaneri | 14:10 | commenti (2)

sabato, febbraio 14, 2004

Rio Lobo

Uscendo da Cuglieri in direzione Bosa, quasi subito si attraversa un fiumiciattolo che scorre in mezzo alla macchia e alle querce da sughero.

Rio Lobo.

Passato Iscanu montiferru, percorrendo una serie di tornanti ci avviciniamo alla costa. Si decide di prendere la strada del mare. Si costeggiano campi gialli e ocra, un abbeveratoio con due vasche rettangolari, una più bassa dell'altra, con acqua fresca e buona che scorre di continuo. In queste vasche ci siamo fermati tante volte per toglierci la sete e la sabbia di dosso,  tuffare la testa nell'acqua fresca e buona. (senza sapone)

Si prosegue. Evitiamo la strada sulla sinistra che attraversa una cava di tufo rosa, e imbocchiamo una litoranea, che dopo pochi chilometri ci scaglia lungo le spiagge e gli stabilimenti della città di Bosa. Attraversiamo costeggiando il fiume, fitto di barche ormeggiate, marcato dalle costruzioni coi tetti a punta, che un tempo ospitavano le vecchie concerie. Ci infiliamo sulla sopraelevata in direzione Alghero, dieci minuti e parcheggiamo la macchina sulla sinistra della strada, in un rientro tra le roccie. Inizia l'arrampicata, breve. Arriviamo in cima, e davanti a noi, il mare. Profumato ventilato mare che guarisce da tutti i mali. Non c'è un umano. Solo gabbiani e mucche. Le rocce rosse e giallo terra, forse arenaria, piccoli ciuffi di erbe con un peso specifico esagerato, e più avanti, un grande scoglio piatto, coperto da dieci cm. d'acqua, che va a finire improvvisamente, in un fondale di almeno dieci metri, di una trasparenza da non crederci.

postato da: amara | 22:10 | commenti (3)